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Per Angelo Satanassi
Forlì, 19 febbraio 2011

Caro Angelo,

è giusto che quest’ultimo saluto te lo si dia in quella che è stata, a tutti gli effetti, la tua seconda casa: uno spazio dove hai camminato fremente, hai tormentato il tuo eterno sigaro, hai polemizzato, hai difeso le tue idee, mentre il tuo viso avvampava sotto l’impulso della passione. Hai cominciato a fare il Sindaco a 45 anni, un’età che oggi apparirebbe quasi fanciullesca: eppure, per la storia che ti portavi dietro – dalla Resistenza, vera e dura, alle lotte sociali della prima Ricostruzione, dal precoce accesso al Consiglio comunale, nel fatidico ’56, all’organizzazione di una classe dirigente comunista, pronta a reggere le sorti della città – eri ed apparivi un leader pienamente legittimato, al culmine della sua parabola.

Il meglio venne dal ’70 in poi: la trasformazione del comune da luogo di un governo “minimo” e burocratico, che solo in parte l’esperienza di Missiroli aveva saputo scalfire, memore della grande stagione neo-municipale del “blocco popolare” a guida repubblicana, fra il 1900 e il 1914, a luogo di una partecipazione e di un coinvolgimento attivo della cittadinanza, in sintonia con la nuova città che stava crescendo, con le esigenze dei tanti migranti dalle colline, dalla montagna, poi dal sud; con la sfida regionale; con il boom che alimentava il welfare universalistico.

Fosti tu, furono i tuoi assessori, a dar corpo al nostro primo, autentico “piano Beveridge” locale: che significava servizi alla persona e alle famiglie, soprattutto alle più bisognose, per porre i pre-requisiti dello sviluppo economico. Che poi venne, grazie al clima generale che si respirava nel paese e all’iniziativa di tanti artigiani e di tanti operai che seppero emanciparsi dal lavoro salariato – come avrebbero detto i nostri vecchi – per misurarsi con i mari tempestosi ma promettenti della libera intrapresa.

Furono anni memorabili. Le ferite indecenti della guerra che ancora segnavano tanti angoli della nostra città, con il degrado appena celato per pudore dietro un muro o dietro un isolato, furono finalmente rimarginate. Le carte Romagna della Piancastelli, dopo un lungo oblio, vennero schedate e rese finalmente accessibili agli studiosi. I servizi pubblici furono potenziati, e l’eredità della municipalizzazione dell’età di Gaudenzi fu pienamente raccolta ed anzi rafforzata, attraverso l’attenzione pervicace al forese, alla vita delle frazioni: perché non esistesse soluzione di continuità fra chi stava fuori e chi dentro le mura. Non costruisti una città giardino secondo lo schema visionario di un grande socialista delle nostre parti, Alessandro Schiavi: ma ponesti le basi affinché le nostre periferie diventassero, grazie ad un rapporto equilibrato col territorio e alla passione delle donne e degli uomini del decentramento, giardini esse stesse. In molti casi, ciò è avvenuto davvero; e non è un caso che i forlivesi ritengano i nostri polmoni verdi, i nostri impianti sportivi intervellati da campi e da alberi, la nostra campagna di prossimità, il tratto forse più peculiare della loro identità dell’ultimo quarto di secolo.

Certo, non tutto funzionò. La crisi delle imprese medio-grandi, già in affanno dal dopoguerra, aprì una stagione difficile di lotte e di rivendicazioni; e i tempi cupi del terrorismo e dello scontro ideologico rischiarono talvolta di rendere meno evidente il “concretismo” che invece animava te e la tua generazione: menti di costruttori e cuori di rivoluzionari. Che cosa prevalse? La tensione fra l’idea del partito comunista non solo come avanguardia, ma come elemento razionale di analisi e d’interpretazione del reale, da un lato, e, dall’altro, la percezione della complessità irrazionale del mondo in cui si è immersi, nel quale le categorie economicistiche o ideologiche non rappresentano che uno spicchio dell’universo mentale collettivo, intriso di ambizioni, di sentimenti e di risentimenti, come si risolse dentro di te?

Una risposta, personale e provvisoria, me la sono data: e sta, al termine di un colloquio che è durato tanti anni e che si è svolto prevalentemente non sul terreno politico, piuttosto su quello civile e storico, nella scelta di considerare la tua tradizione rivoluzionaria, alla quale non hai mai rinunciato nel profondo, una “superstizione volontaria”: il che significa continuare a credere lucidamente e ironicamente, talvolta dolorosamente. Ma d’altro canto, senza che ciò debba implicare un abbandono dell’indipendenza di giudizio nella descrizione del reale, che anzi si è arricchita, nei tuoi ultimi anni, da frequentazioni intellettuali e da letture via via sempre più efficaci, stimolanti e innovative. Un amministratore deve sempre sforzarsi di mirare alla verità ultima delle cose: perché solo lì sta la soluzione plausibile o possibile dei complicati puzzle comunitari. Anche al di là delle proprie basi di credenza; talvolta, anzi, in contrasto con le proprie basi di credenza. Un esercizio tormentato ma esaltante, dal quale si esce inevitabilmente diversi. E dal quale anche tu fosti trasformato.

Proprio per questo, per il bisogno di tenere insieme teoria e pratica, Antonio Gramsci diceva che “ogni grande uomo politico non può non essere anche un grande amministratore, ogni grande stratega un grande tattico, ogni grande dottrinario un grande organizzatore”. E’ un pensiero paradossale e iperbolico, naturalmente, come sanno bene i lettori dei quaderni di Gramsci: che cela però un’idea semplice, in fondo. Per chi è posseduto dal demone della politica, quella vera, il nòcciolo, la prova del nove, sta sempre lì, nel nesso fra “teoria” e “prassi”, per dirla con il tuo Marx; o fra “pensiero” e “azione”, per dirla con il mio Mazzini. E’ dal modo in cui abbiamo risolto o complicato quel nesso, che la generazione successiva formula il giudizio: un visionario? Un costruttore? Un perdente? Un semplice retore? Un notabile? Un passacarte? Un ciarlatano?

Caro Angelo, se, a distanza di oltre trent’anni dalla tua amministrazione, la tua città ti saluta qui, con questo affetto e con questa partecipazione, stringendosi a Lola, ad Andrea e ad Angela, una risposta, noi, te l’abbiamo già data. Sei già nella nostra memoria collettiva. E ci resterai per sempre.

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